09/05/2012

Hunger Games

hungergames.jpgRegia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross, Suzanne Collins, Billy Ray
Cast: Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson, Stanley Tucci, Woody Harrelson

Targato fin dall'inizio come "film per i teenager", realizzato come risposta a una sempre più crescente ricerca di un altro prodotto da sostituire all'ormai terminato Twilight, Hunger games cerca in qualche modo di rifuggire da questa definizione.
Merito sicuramente del regista Gary Ross, già autore di altri buoni film come Seabiscuit, che riesce in qualche modo a sfiorare con quest'opera il titolo di "filmone". Il tema trattato, ovvero quello dell'oppressione e dei media come braccio armato per ottenerla, fa da subito capire come siamo ben lontani dai vampiri fini a se stessi del già citato Twilight. In relazione agli hunger games, l'amico della protagonista dice "possono smettere di farli, no? Basta che nessuno li guardi più". Già, bella frase che probabilmente in molti nel mondo -il Grande Fratello ha successo non solo in italia- si sono fatti e si staranno facendo, ma la realtà è che gli hunger games dell'omonimo film sono in realtà molto voluti e apprezzati. Ross fa di tutto per farci capire quanto la vita -e lo stile di vita- di chi li organizza e li guarda è estremamente lontano da chi vi partecipa. Le immagini iniziali della vita di Katniss, realizzate e musicate molto bene, sembrano far parte di un altro mondo nel momento in cui si viene a scoprire Capitol City. E lo stesso vale per le persone che ci vivono dentro; non solo non hanno problemi di cibo e malattie come nei vari distretti, ma si dilettano nella creazione di giochi mortali come momento di massimo piacere visivo. Il cuore del film volendo sta tutto qua: da una parte ci si diverte a rimettere in forma i suoi partecipanti e a divertirsi con loro -Stanley Tucci fa sempre la sua bella figura in questi ruoli-, dall'altra non si vede l'ora di mandarli al macello e godere vedendo in TV il modo in cui si ammazzano. In molti hanno accostato questo film a L'implacabile con Schwarzenegger, ma ancora meglio mi sembra My little eye, dove l'unico modo per vincere consisteva nel dare il più possibile spettacolo a chi aveva organizzato il tutto.
Hunger games è interessante proprio perchè vita e morte si incontrano in un unico terreno, inventato e creato dall'uomo per controllare altri uomini. Peccato che il tempo dedicato a questo aspetto non sia molto e che si sia preferito aggiungere più elementi possibili tratti dal libro senza che ce ne fosse realmente bisogno. Il risultato di questa volontà sono personaggi solamente abbozzati -l'amico iniziale di Katniss, la bambina nera- e di situazioni sbrigate con troppa fretta -la ribellione del distretto 11?-.
Siamo comunque di fronte a un buon film che merita di essere visto, se poi varrà la pena di vedere anche i seguiti che sicuramente faranno, lo deciderete a visione conclusa.
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25/04/2012

The Avengers

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Sceneggiatura: Joss Whedon,
Cast: Samuel L. Jackson, Chris Evans, Scarlett Johansson, Mark Ruffalo, Robert Downey Jr.

Oh, finalmente il ritorno alla regia di Joss Whedon. 
A dir la verità sono andato a vedere questo film quasi esclusivamente perchè c'era lui alla regia, autore di telefilm di grande successo come Buffy e Angel ma anche di altri decisamente sottovalutati come Firefly e Dollhouse. La storia del successo di Whedon è decisamente strana; è diventato famosissimo in America per i primi prodotti che ha realizzato, ma poi col passare del tempo -e delle opere- è stato sempre meno apprezzato. Non perchè i suoi lavori non fossero di qualità, sia chiaro, ma per una serie di sfortunati eventi che l'hanno portato a vedere chiudere i suoi progetti. Poi nel 2005 la svolta: il primo film sul grande schermo. Ottimo esordio, soprattutto dal punto di vista tecnico, che lasciava ben sperare che con il prossimo film facesse fatto "il botto". E così pare che farà questo The Avengers, non lo possiamo ancora sapere in quanto in America esce il 5 maggio - noi in Italia stranamente lo vediamo prima-.
Questo preambolo su Whedon perchè? Perchè guardando le sue opere prima descritte possiamo facilmente capire come The Avengers aveva tutte le carte in tavola per essere un successo. Buffy infatti, ma anche nelle altre sue serie tv, avevano tutte in comune un aspetto, ovvero l'importanza delle "famiglie" di amici. Il personaggio di Buffy aveva la "sorella" Willow, il "fratello" Xander, il "padre" Giles e via dicendo. Un gruppo di amici che nel corso delle loro storie potevano avere difficoltà, alcune volte anche scontrarsi, ma quando alla fine c'era bisogno della loro unione per sconfiggere il cattivo di turno, allora si facevano subito eroi e uniti.
Non è forse anche la descrizione di The Avengers? Il film riporta infatti la sua mano alla sceneggiatura, e si sente eccome. Il punto centrale della descrizione del gruppo penso sia sempre stato questo: sono eroi che non vanno d'accordo fra loro, sono troppo diversi e troppo orgogliosi delle loro capacità per mischiarsi con gli altri. Ma quando ci sarà bisogno di loro, beh, faranno la loro parte.
Estremamente diverte, mai noioso e ricco di azione e di effetti speciali. Cosa si può volere di più da questo film?
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23/03/2012

Magnifica presenza

magnificapresenza.jpgRegia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Ferzan Ozpetek, Federica Pontremoli
Cast: Elio Germano, Paola Minaccioni, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Anna Proclemer

Quando Ozpetek diresse Mine Vaganti ci fu un'accoglienza strepitosa da quasi tutte le riviste di critica cinematografica. Grandi complimenti, elogi al regista italo-turco e via dicendo. Probabilmente questo aspetto deve averli spaventati dal ripetere gli stessi complimenti anche al film successivo, forse perchè urlare due volte al capolavoro può insospettire il lettore diffidente.
Però è andata proprio così, perchè nonostante sia vero che questo Magnifica Presenza "traballi" in qualche punto durante la visione, rimane comunque un ottimo film di grande livello.
L'accusa primaria è stata quella di essere troppo confuso, di voler mettere troppa carne al fuoco. Credo che questa critica derivi principalmente dal fatto che si è fin troppo abituati a pensare a Ozpetek come il regista che "parla dei diversi", sempre e comunque. Le figure di gay e trans, come anche degli extracomunitari, qua sono appena accennate ma mai messe a sproposito. Ozpetek li mostra nei lavori e nei posti più umili, come assistenti della pasticceria dove lavora Pietro -probabilmente a fare per tutto il giorno la stessa cosa- o come lavoratori sfruttati a creare abbigliamento di scena, come si vede in quello strano seminterrato con a capo un quasi irriconoscibile Maurizio Coruzzi.
Ma se questo aspetto è secondario, ciò con cui vuole veramente colpire il regista è la rappresentazione della finzione attraverso il teatro -e, di conseguenza, anche del cinema-. La compagnia Apollonio non esiste, o meglio esiste solo attraverso gli occhi di Pietro. E dovrà essere lui il primo a fingere che tutto sia rimasto come ai loro tempi, aiutandoli a trovare la compagna scomparsa e a risolvere il loro mistero. Contemporaneamente a questo, cerca anche di diventare attore partecipando ad alquanto strambi provini dove gli viene chiesto di fingere le più diverse sensazioni. 
Sembra che tutto Magnifica presenza sia centrato sul discorso della finzione -mostrato anche attraverso il cinema, che è finzione per definizione- e di come i protagonisti ci si devono confrontare.
Ozpetek non ha fallito neanche in questo film, e chi poteva pensare il contrario leggendo qualche recensione qua e là può stare tranquillo che i soldi spesi per il biglietto varranno veramente la pena.
E se poi non siete leghisti o simpatizzanti lega, potrete notare anche un elogio indiretto -ma mica troppo- all'unità d'Italia attraverso la figura di Giuseppe Garibaldi.
Bello, bello. 
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17/02/2012

Hugo Cabret

hugocabret.jpgRegia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: John Logan
Cast: Asa Butterfield, Chloë Grace Moretz, Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Helen McCrory

Questo Hugo Cabret è uno di quei film che vede reazioni completamente diverse fra la cosìdetta "critica" e gli spettatori che si recano al cinema per vederlo.
C'è da dire innanzitutto una cosa: il 3D affascina sempre, e se usato bene come ha fatto Scorsese in questo caso allora si può stare certi che lo spettatore che avrà tirato fuori i suoi bei 10€ per vederlo non ne sarà rimasto deluso. Dall'altra parte però si sono già visti un mucchio di film che usano questo tipo di proiezione completamente senza senso, o meglio, senza dargli un rilievo tale da giustificarlo.
Hugo Cabret dove si colloca all'interno di queste due grandi categorie? A livello pratico direi nella seconda, anche se dal punto di vista teorico la scelta del 3D non è assolutamente a caso. Il primo film di Scorsese in tre dimensioni parla di Georges Méliès, colui che viene volgarmente definito "l'inventore degli effetti speciali". Ci troviamo quindi a constatare un aspetto: Scorsese usa le ultime tecnologie sviluppate del 3D -non dimentichiamoci della frase di James Cameron "questa è la migliore fotografia in 3D mai vista"- per parlare di qualcosa che invece nel mondo del cinema è molto vecchio, il geniale Méliès, che a sua volta nei suoi anni veniva visto come un regista estremamente innovativo. Fermandosi a pensarci un attimo mi viene da pensare: mica male! Il primo film in 3D di Scorsese non poteva essere scelto a caso e il regista italoamericano lo sapeva bene, e questo è il risultato. Fra l'altro, nella storia originale di "La straordinaria invenzione Hugo Cabret" il regista Méliès viene descritto come ormai invecchiato e ritiratosi a vita privata lasciandosi credere morto, che richiama -anche se un po' in lontananza- quei personaggi "alienati dalla realtà" che tanto sembrano piacere a Scorsese nelle ultime sue opere.
Insomma, dal punto di vista teorico tutto torna e tutto quadra. Dov'è che invece "manca"? Direi soprattutto dal punto di vista umano, da quello delle emozioni. James Cameron è stato sicuramente molto gentile a dire la frase che ho riportato poco sopra, ma Hugo Cabret non può contare di certo sull'impatto visivo che Pandora offriva agli spettatori che andavano a vedere Avatar. Nè tantomeno racconta una storia più "epica" di quella di Jake e Neytiri, pur non volendo togliere niente a Hugo e a Isabelle. 
Il film è quindi da vedere oppure no? Per chi ama Scorsese, e non vuole perdersi i film "più importanti" in 3D, direi che la visione al cinema ci può benissimo stare. Per tutti gli altri, si può tenere da parte i soldi per altri film.
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16/01/2012

J.Edgar

jedgar.jpgRegia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Dustin Lance Black
Cast: Leonardo DiCaprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Judi Dench

J. Edgar, fra i film diretti da Eastwood post Gran Torino, è a parere di chi scrive il film più interessante che il regista americano abbia diretto.
Molti temi presenti al suo interno sono "figli" di film precedenti come Invictus, per citarne uno, e molti anche di Changeling o Hereafter. Partendo da quest'ultimo si può ritrovare sicuramente il cambiamento che Eastwood pare abbia adottato nei confronti della visione dell'amore, oggi molto più tendente al romanticismo classico rispetto ai toni più cupi degli anni passati. Il discorso che Hoover fa al suo braccio destro Tolson nel finale del film è alquanto eloquente in tal senso, una vera e propria dichiarazione d'amore che stranisce un po' se pensata presente all'interno di un film di Eastwood -immaginate cosa avrebbe detto a riguardo il personaggio di Walt Kowalski in Gran Torino, per farci un'idea-.  
La scelta del come raccontare il film invece ricorda in qualche modo quella già adottata per il duo Flags of Our Fathers/Lettere da Iwo Jima, ovvero quella di partire da un fatto storico per cercare di mostrare cosa sia successo "dietro le quinte" dell'evento. La storia di J. Edgar Hoover è la stessa della famosa bandiera issata dai militari americani sull'isola di Iwo Jima; un grande evento che ha fatto discutere una nazione ma che nascondeva al suo interno una debolezza alla quale non si voleva dare importanza -"non si vedono neanche i loro volti", ricordava una frase del trailer di un personaggio che guardava la foto-. La vita di Hoover vienere raccontata come sempre vincente, un uomo in grado non solo di prevedere il giusto da farsi ma anche pronto a entrare in campo in prima persona qualora ce ne fosse bisogno. Purtroppo così come nel già citato Flags of Our Fathers la storia raccontata attraverso le parole dello stesso Hoover si rivelerà decisamente "romanzata"; la figura del capo del Bureau in realtà non è stata così eroica come raccontato ed ecco che Eastwood torna quindi a uno dei temi caldi del suocinema, la storia dei potenti viene mostrata in maniera molto più gloriosa del vero.
Una delle critiche rivolte al film paradossalmente è stata proprio questa, quella di raccontare il personaggio di Hoover in modo troppo ambiguo, lasciando lo spettatore incapace di capire la vera natura dell'uomo dietro il mito. Questo fattore invece era voluto da Eastwood che mirava proprio a mostrare l'impossibilità di giudicare un personaggio nato e cresciuto in un'epoca difficile e che, tralasciando l'america e parlando invece solo dell'uomo Hoover, era a sua volta combattuto fra un'omosessualità inespressa e una figura materna estremamente rigida riguardo a questi discorsi. 
Un altro capolavoro di Eastwood quindi, che è stato capace ancora una volta di allargare ulteriormente i confini del proprio cinema, operazione che gli riesce incredibilmente di film in film. E scusate se è poco.
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