09/02/2010

Bangkok Dangerous - Il codice dell'assassino

bangkokdangerous.jpgRegia: Oxide Pang Chun, Danny Pang
Sceneggiatura: Jason Richman
Cast: Nicolas Cage, Charlie Yeung, Shahkrit Yamnarm

Premettendo che il film da cui è tratto questo remake non l'ho visto, devo dire che questa "nuova versione" non mi ha stupito piacevolmente.
Sono andato al cinema pieno di buone speranze perchè è vero che Bangkok Haunted non l'avevo visto, ma i registi di questo remake sono rimasti loro, i fratelli Pang, per cui era possibile vedere ugualmente qualcosa di buono.
Ed effettivamente qualcosa di buono c'è, ma è troppo poco. Sembra che i Pang si siano limitati a girare un action movie che possa piacere al pubblico medio americano, ovvero tanta azione ma poca consistenza. E' infatti un film inafferrabile, che regala sì bei momenti di cinema ma sono talmente pochi che sembra che finisca ancora prima di dire realmente cosa intendeva dire. Emoziona solo a tratti e anche poche volte e questo ovviamente non va bene.
Mi riferisco principalmente alle due sottotrame che accompagnano il film, ovvero la storia d'amore del protagonista con Fon e il "tirocinio" con il giovane Kong. Entrambe partono molto bene: l'incontro fra Fon e Joe in farmacia è molto bello, musicato bene e interpretato ancora meglio da Nicolas Cage -nonostante ormai sia di moda parlare male di quest'attore-. Anche il momento in cui Joe decide di insegnare a Kong il suo mestiere è ben mostrato, perchè da tutto quello che si era visto prima l'ultima cosa a cui si poteva pensare era che reagisse a quel modo. Il problema di entrambre queste situazioni è che non vengono più approfondite: Joe vede Fon ancora un paio di volte e poi si lasciano per via del fatto che lei scopre il suo mondo, e Kong più che imparare qualche mossa di karate non fa nient'altro.Tutto ciò che succede dopo è solo azione, sangue e sparatorie, girate sicuramente bene, ma inutilmente fini a se stesse.
Viste le premesse è quindi doppiamente un dispiacere vedere che tutto finisce così velocemente e senza lasciare nulla, perchè ciò che i fratelli Pang sanno fare si è già visto con i loro precedenti lavori e anche in questo ci sono barlumi di buon cinema.
Questa gliela posso anche perdonare, speriamo però che non si ripetano più in simili insensati film.
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07/02/2010

The Hurt Locker

thehurtlocker.jpgRegia: Kathryn Bigelow
Sceneggiatura: Mark Boal
Cast: Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty

Ebbene sì, lo ammetto fin da subito, sono anche io colpevole di essermi perso questo film quando è uscito al cinema. L'ho recuperato giusto perchè nominato agli oscar e devo dire che non è stata affatto una brutta visione.
The Hurt Locker non scopre di certo nessuna carta ancora non scoperta, come invece ha fatto l'altro film con 9 nomination Avatar, ma vale la pena lo stesso concedersi la visione.
Il soggetto è quello della guerra in Iraq, in particolare la scritta che apre il film si rivela il succo di tutto: "anche la guerra è una droga". Sì, perchè è esattamente come appaiono i protagonisti durante la loro esperienza, ovvero drogati da qualcosa da cui non possono più fare a meno.
Intendiamoci, la Bigelow non è di certo la prima ad affrontare questo tema, già De Palma con Redacted o ancora prima Haggis con La valle di Elah si erano già imbattuti in progetti simili con il tentativo di raccontare la guerra "da dentro" la vita dei militari, anzichè seguire le ben più false notizie che arrivano dai media. E fondamentalmente condive con loro anche gli aspetti positivi: i personaggi del film sono persone vere, tangibili nelle loro emozioni e nelle loro paure. Non a caso il film è girato in stile documentaristico, decidendo di tralasciare la spettacolarità a favore forse di una maggiore intimità.
Come detto prima, la scritta che si può leggere a inizio film è ciò che "guida" tutto il lungometraggio. Scritta che sicuramente può lasciare un po' perplessi in prima battuta, ma il cui significato diventa sempre più chiaro pian piano che scorrono le immagini. Il soldato William James è l'esempio più lampante di questo ragionamento: è ormai talmente abituato a quella sensazione di adrenalina data dall'essere vicino a una situazione potenzialmente mortale che ormai ne è diventato dipendente. E' durante quelle operazioni che William si sente veramente "vivo", tanto da voler intervenire sempre in prima persona, anche quando ci si potrebbe affidare al robot per eseguire gli stessi compiti. Questa forma di dipendenza viene mostrata in maniera ancora più chiara durante le scene finali, in cui William non riesce più a ritrovarsi all'interno del mondo "normale". Non c'è più quell'adrenalina da morte/vita nel giro di un secondo, ma c'è la spesa da fare, stare insieme al proprio bambino e da tagliare le carote per fare da mangiare.
Si potrebbe quindi dire che The Hurt Locker vive principalmente dell'incipit e della scena finale e questo è forse un po' il punto debole di tutto il film. Dal punto di vista cinematografico è sicuramente un prodotto molto valido, perchè usa il linguaggio del cinema in maniera eccellente per comunicare quello che vuole dire. Ma dal punto di vista del contenuto non è assolutamente originale, in quanto come già detto gli stessi principi li aveva già espressi De Palma prima e Haggis ancora prima negli anni. Va sempre bene ripeterli? Sì, forse sì, ma il paragone agli oscar con il film di James Cameron ne esce fuori molto male. Avatar, al di là dell'originalità di tutto quello si vede al suo interno, è un "progetto" -perchè definirlo semplice film sarebbe un errore-  estremamente più ambizioso e di conseguenza ben più meritevole di passare alla storia come Miglior Film.
Lasceranno quindi la statuetta di miglior regia alla Bigelow? Vedremo, nel frattempo recuperate questo film che non è sicuramente tempo perso.
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31/01/2010

Aliens of the Deep

James Cameron è il regista del momento, lo si vede e lo si nomina ormai ovunque. Non solo all'interno delle testate giornalistiche specializzate, ma anche all'interno dei servizi di telegiornali o fra quotidiani che mai hanno trattato di cinema prima.
Rai1 ha approfittato di questo "resuscitato" interesse nei suoi confronti per trasmettere ieri sera, in tarda serata, il documentario Aliens of the Deep, diretto da Cameron insieme a Steven Quale, futuro assistente alla regia di Avatar.


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E sembra proprio che questa collaborazione fra i due sia stata la base per il futuro kolossal prodotto dalla Fox, perchè questo fanta-documentario condivide molte delle proprie basi con Avatar. Mica male per uno come Cameron che viene accusato di realizzare prodotti solo high budget, considerando che questo è un documentario quasi completamente privo di qualsiasi effetto speciale.
Aliens of the Deep, come dice già il nome, parla delle creature che popolano le profondità marine. Vivono in condizioni talmente estreme da meritarsi il soprannome di "alien" e, di conseguenza, attirare l'attenzione di Cameron. E' proprio la sua reazione a questo mondo acquatico che induce a riflettere in primis su di lui e successivamente sui punti fermi del suo Cinema, perchè si riesce a capire l'interesse verso il Titanic che lo ha spinto a girare quel film e la futura voglia di creare un mondo come Pandora in Avatar.
Perchè a guardare alcune immagini di questo documentario sembra veramente di essere già in mezzo alla flora del "pianeta blu" dove abitano i Na'vi, oppure di essere insieme al ricercatore Brock Lovett mentre scruta i resti del Titanic. A chi aveva chiesto a Cameron "cos'ha da rispondere a quei discorsi che si sentono riguardo al fatto che Avatar spinga al suicidio?" lui aveva risposto di farsi una passeggiata in mezzo ai boschi o comunque di passare più tempo in mezzo alla natura, e ora vedendo questo documentario mi appare chiara la sua risposta. 12111__aliens_l.jpg
E' dalla nostra Terra che Cameron ha preso spunto per creare fauna e flora di Pandora e la dimostrazione più lampante è proprio vederlo meravigliato come un bambino guardare le specie di pesci che si ritrova davanti, un po' come noi 5 anni dopo ci ritroviamo meravigliati a vedere un Banshee che vive nei monti Halleluja. Tutti i discorsi legati alla quasi impossibilità di vita a profondità così elevate e alla bassissima conoscenza che abbiamo di tali pesci sembrano quasi condurre a un solo discorso, ovvero "c'è da stupirsi anche qua da noi, senza per forza creare un intero mondo inventato al computer".
Le scene finali virtuali di un ipotetico incontro fra esseri umani e creature di Europa, poi, ripropongono nuovamente il tema dell'incontro fra umani e alieni, della loro possibile convinvenza e scambio reciproco di culture.
Un cortometraggio quindi che consiglio fortemente di vedere, sia per gli adulti che per i bambini -non dimentichiamoci  che è prodotto dalla Disney- e soprattutto a chi è interessato a James Cameron e al suo Cinema, perchè risulta un importantissimo pezzo di quel puzzle che rappresenta la sua intera filmografia.

24/01/2010

La prima cosa bella

laprimacosabella.jpgRegia: Paolo Virzì
Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Francesco Piccolo
Cast: Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi, Sergio Albelli

Con quest'ultimo film credo che ormai lo si possa dire senza più alcun dubbio: Virzì è uno dei registi più importanti del cinema italiano di oggi.
Non solo per i successi di critica che ormai non smettono di arrivare -sembra piaciuto veramente a tutti questi film- ma anche dalla continuità di successi che riesce a imporre pellicola dopo pellicola.
La sua grande capacità registica la si nota fin dalle prime inquadrature, durante quella premiazione di miss "Mamma più bella" che fondamentalmente spiega i caratteri di ognuno dei protagonisti senza alcun dialogo fra loro. L'imbarazzo  e la naturalezza con cui Anna ritira il premio, per esempio, oppure l'essere incredibilmente geloso del marito Mario, oppure ancora lo strano sentimento del figlio Bruno che non si mostra felice al premio ricevuto dalla madre e che neanche vuole che lo sia la sorella Valeria. Sembra quasi che Virzì con quelle poche inquadrature e con quei pochi sguardi già riesca a delineare le anime di ognuno dei protagonisti, senza bisogno di indagare oltre in futuro.
E infatti è così che va, perchè fra un'esperienza disastrosa e un'altra il film continuerà ad alternarsi fra passato e presente alla ricerca di quell'evoluzione dei personaggi che forse non c'è mai stata, ma che viene tanto desiderata e inseguita. Valeria da grande non fa parlare suo figlio "rubandogli" le risposte, così come Bruno è rimasto insoddisfatto della vita e incapace di godere di quello che ha. Alla morte prossima della madre c'è quindi una domanda a cui bisogna rispondere: quanto di buono è rimasto degli insegnamenti di Anna? In questo senso forse La prima cosa bella più che essere un film sulle madri è un film che parla di generazioni, perchè se è vero che Virzì ha messo in questo film una parte di se stesso allora è anche vero che sarà un film per tutti quelli che, come lui, si ritrova prima o dopo a fare i conti con ciò che i propri genitori hanno lasciato.
Ed è bellissimo notare come non venga esposto nessun giudizio; il film alterna scene comiche a scene drammatiche in maniera perfetta, senza far prevaricare nessuna delle due sull'altra. Virzì non vuole giudicare Anna così come non lo vuole fare con i figli Bruno e Valeria e tanto meno vuole rendere struggente la fine del personaggio della madre. Preferisce concentrarsi appunto sul come sono diventati e sul come saranno una volta che Anna non ci sarà più, approfittando di questo triste evento per "tirare le fila" della propria vita.
In questo senso la scena del bagno finale è incredibilmente efficace. La nuotata in mare, che cinematograficamente parlando richiama il voler "lavare via" i propri peccati, ha un duplice effetto per Bruno. Se da una parte può essere quello appena descritto, da un'altra può essere la voglia, per la prima vera volta, di seguire con volontà un suggerimento della madre al fine di trovare finalmente un po' di pace. Se andrà veramente così o no non ci è dato saperlo, ma arrivati a quel punto non è neanche più importante saperlo. Virzì ha già detto e mostrato ciò che voleva e il film può concludersi.
Un altro ottimo lavoro quindi questo La prima cosa bella, capace di far affermare ancora una volta che questo simpatico regista livornese non sbaglia più un film da un bel po' di anni a questa parte.
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19/01/2010

Avatar

avatar.jpgRegia: James Cameron
Sceneggiatura: James Cameron
Cast: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang

Questo mio scritto sarà sicuramente quello che i lettori reputeranno più antipatico di tutto il blog, ma me ne infischio.
La verità è che sono proprio "nauseato" dalla stoltezza del popolo italiano. E non mi riferisco solo a Roberto Faenza e al suo assurdo scritto "Questo Avatar uccide il cinema umano", perchè lui fra i tanti è quasi giustificato. Da sconfitto quale si sente -in modo stupido e insensato, ovviamente- cerca in tutti i modi di portare acqua al suo mulino, cercando di screditare con ogni mezzo questo film. D'altra parte il fatto che in italia la Critica non esista, non è certo una novità.
Mi riferisco anche e soprattutto a tutti quei discorsi senza nè capo nè coda che si sentono dagli spettatori che hanno già visionato il film e che, ergendosi a figure di grandi critici, si permettono di sminuire l'opera con motivazioni miserabili o al contrario a elogiarlo con altrettante motivazioni insensate. "Ah, che bella questa novità del 3D" si sente dire ogni tanto dalle persone intervistate appena uscite dal cinema. Novità del 3D?? Ma se il 3D esiste dagli anni '20?! E attenzione che non si riferiscono di certo al "Reality Camera System" ma proprio al fatto di mettere gli occhialini. "Ma veramente li devo mettere?" chiedeva un anziano signore davanti a me a sua moglie mentre entravamo in sala. "Ma và, io mica me li metto. Non voglio." aggiungeva poi. Come si fa a pensare di proporre un film come Avatar a questa gente? A chi non sa niente del 3D, a chi cerca di demonizzarlo per farlo passare per qualcosa da evitare assolutamente o ancora a chi lo elogia semplicemente perchè è la prima volta che lo vede e lo crede chissà quale novità.
La verità è che Avatar è un film stupendo, ma non lo è nè perchè è stato girato con il nuovo metodo inventato da Cameron nè perchè è in un "fichissimo" 3D. Al contrario, Avatar come già Titanic a suo tempo è un film che parla sostanzialmente di una storia d'amore, dove la lotta per Pandora -qui- e la catastrofe della nave -in Titanic- sono solo dei "contorni" alla storia dei due innamorati. Quindi, per favore, smettiamola di andare in giro a scrivere che "questo Avatar sembra Pocahontas" o Balla coi lupi o qualsiasi altro stramaledetto film che abbia una storia d'amore fra due persone non della stessa società.
Concentriamoci piuttosto su Jake e Neytiri e su come Cameron sia riuscito a creare un'altra stupenda e commuovente passione fra i protagonisti, riuscendo in qualche punto anche a superare, se così si può dire, quella già vista fra Jack e Rose. Il tormentone che nel Titanic era quel "ti fidi di me?" qua diventa un più profondo "ti vedo", come titola anche la canzone di chiusura "I see you" di Leona Lewis. Come dice il personaggio di Joel Moore a Jake, quel "ti vedo" non è semplicemente riferito al senso della vista, ma è usato dai Na'vi come riferimento all'anima del fratello che hanno davanti. Diventa quindi anche inutile citare le parole "ti amo" in questo film; questo saluto è in grado di comunicare molto di più senza cadere nelle due banali parole che si usano sempre nelle storie d'amore, e infatti non le sentiremo mai pronunciare. Quel "ti vedo" va molto più a fondo: l'amore che ci si dichiara va al di là dell'aspetto fisico e parte da dentro, come Cameron ci mostra nella magistrale scena in cui Neytiri salva Jake in forma umana. Vedere lei così "grande" e "diversa" da lui, che nelle sue braccia lui sembra quasi un bambino, le parole "ti vedo" pronunciate da entrambi acquisiscono una potenza incredibile. E' la vittoria dell'amore su tutto: non solamente sulla classe sociale come avveniva in Titanic, ma anche sulla razza e sugli usi e costumi di popoli diversi. Lei Na'vi, lui semplice uomo, eppure in quel "ti vedo" si percepisce tutto l'amore che due esseri viventi possono provare l'uno per l'altro, a prescindere da qualsiasi altro aspetto. Quella scena è una delle tante che per emozioni varrebbe da sola il prezzo del biglietto e la sola visione di Avatar, ma c'è di più.
Come già accennavo nel mio precedente articolo sul 3D al cinema, ora posso ribadirlo: non è l'effetto in sè a essere sensazionale, ma è il come lo si usa. Cameron ne fa un uso diegetico, inserendo i suoi più spettacolari effetti in tre dimensioni quando Jake inizia a camminare su Pandora tramite il suo avatar. E' veramente interessante notare come nel mondo umano gli effetti si riducano a semplici effetti di profondità, mentre invece su Pandora vengono utilizzati per stupire lo spettatore e farli esclamare "ooooh!" -e sì, in quei momenti si torna tutti bambini come cantava Povia-. La bellezza del pianeta blu appare a Jake così come appare allo spettatore tramite il 3D, riuscendo in quello che è forse l'aspetto più difficile al cinema: abbattere le distanze fra spettatore e film per immedesimarlo completamente nell'opera. Sotto questo punto di vista, ormai sembra banale dirlo ma credo sia bene farlo comunque, Avatar è sicuramente il miglior film in 3D mai realizzato.
Per quanto riguarda invece il mondo creato da zero è incredibile il lavoro che si è inventato Cameron. All'interno del film, oltre alla gran quantità di nomi e termini usati per i Na'vi e per i loro luoghi, è possibile notare un'infinità di piccoli particolari che il regista inserisce di tanto in tanto fra una scena e l'altra. Talmente tanti che alcuni non vengono neanche spiegati, il che fa seriamente pensare che nella testa di Cameron ci sia molto di più di quello che ci ha mostrato. E questo è bellissimo perchè conferma la passione e l'amore che ha messo dentro questo suo progetto: non è solo la voglia di creare un nuovo "baraccone in 3D", come qualche ignorante l'ha definito, ma di creare un nuovo mondo intero fatto di popoli con usanze loro uniche.
Infine, per parlare della regia, questo Avatar è pieno di immagini girate divinamente. Su tutte sicuramente la già citata scena del salvataggio del corpo di Jake, ma il film ne è veramente pieno. Da quando si atterra su Pandora si ha la costante sensazione che Cameron voglia stupirci sempre di più di scena in scena, passando da prima a inquadrare la bellissima flora per poi stravolgerla completamente con incidendi ed esplosioni di vario tipo. Ma le scene più ad effetto sono invece -ancora- quelle più intime, come il passaggio di Jake ad abitante del Popolo, dove Cameron utilizza un bellissimo campo lungo ad inquadrare tutti i Na'vi che si toccano per una spalla, ad indicare la loro unione, il loro sentirsi "fratelli". O ancora la scena in cui Jake e  Neytiri decidono di stare insieme, in un campo incantato che sembra quasi un momento di una favola di Walt Disney, o ancora le preghiere che tutti i Na'vi insieme invocano per salvare il corpo ormai morente della dottoressa Grace. Di scene eccezionali come queste ne è pieno Avatar, e se le elencassi tutte molto probabilmente finirei per descrivere l'intero film.
Evito quindi di farlo con l'invito di andarverlo a vedere, se ancora non l'avete fatto, perchè un'esperienza come questa non tornerà più. Certo, magari in futuro si arriverà alla creazione del 3D anche per l'home video, ma per il momento Pandora così come Cameron l'ha inventata la vedrete solo al cinema.
E uno spettacolo del genere non va assolutamente perso.
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